mercoledì, 11 novembre 2009, ore 10:19

se il mio pensiero potesse vagare,
oltre questo cielo macchiato di tempo,
potesse soffiare,
tra i rami e le tue dita incrociate...
alzarti la pelle,
come un soffio d'aria fredda
oltre la piuma delle tue leggi leggere,
segnare il pianto delle tue solitudini di vetro,
levarti a sole
nelle giornate di buio.
Allora i tuoi occhi,
tingerebbero dello stesso verde
il giallo delle mie campagne...
e, il calore del tuo corpo
a germogliare i bulbi
dei mille sorrisi coperti di nulla.
abcorda
giovedì, 08 ottobre 2009, ore 18:32
tienimi tra i viticci,
all'ombra dei tuoi acini maturi.
per la schiena i tuoi pampini,
a carezzarmi di verde.
tonda la senzazione,
segue le curve di grappoli accaldati.
Baciami di moscato,
[catturami] nel mosto del tuo palato.
sono lucertola, al caldo secco
delle tue mani di sole.
abcorda
martedì, 11 agosto 2009, ore 10:30
guardarti,
vestita solo del verde dei tuoi occhi.
come vapore mi condenso sul tuo viso
rigandoti appena
la linea del sorriso.
leggera oggi, su passi di primavera
fiorisci i mandorli
del mio spirito di pietra.
abcorda
mercoledì, 01 luglio 2009, ore 09:18

lenta, danzi di rosso,
eviti i salti,
strisci di punte,
disegni a mezz'aria
spicchi di lune
sporche di sale.
di mani leggere
e profili di gomma,
carezzi l'aria vicina
respiri,
la mia aria di cuore.
lanci il profumo
che vibra di sole,
asciuga la pelle,
di caldo che muore.
e risuoni,
su tacchi leggeri
le mie tavole lise.
abcorda
lunedì, 20 aprile 2009, ore 18:13
...
Sarebbero dovuti passare otto giorni affinché la combustione potesse compiere il suo dovere, cristallizzare in grumi di ardesia le molas raccolte. A guardarle adesso parevano un ammasso di pugni chiusi incastrati per dita ritorte.
Le luci della sera accendevano gli spiriti nelle case e, stormi di merli chiassosi già bisbocciavano sugli alberi di surgiaga, le ombre, tese, si facevano calpestare dal passo trascinato di Antiogu.
La sera adesso assumeva un significato diverso, Santina non avrebbe ripulito i tacchi d’argilla dai suoi cosinzos e, al legnoso stridere del portoncino in castagno non sarebbe seguito il familiare profumo di fregula cotta e di casu agheru.
Mario aspettava un tempo che non c’era. Seduto sul cubo di granito di fianco all’uscio smaltiva, con le mani grondanti di sangue, la sbornia caricata con il vino medicato di Toneddu.
Il culmine della sua rabbia l’aveva sfogata con la padella della cenere.
Una vecchia casseruola d’alluminio che la madre, da anni, aveva usato come contenitore dei residui del proprio foghile. Ogni giorno, era il primo lavoro della mattina, si ripeteva da sempre come un rito antico. Come dire … un punto fermo dal quale ripartire.
Stordito dai bagliori ondulanti dell’alcool, Mario aveva rivisto in quell’insignificante oggetto, il profilo piegato della madre ed il suo passo leggero, il sorriso bordato, dal fazzoletto stretto in viso.
Rigirandola per il manico e, tenendola al muro con la mano destra, l’aveva più volte colpita con il suo mancino deciso, sette colpi, duri e senza il timore di farsi male, l’avevano ridotta ad un inutile rottame.
Si ritrovarono così, davanti all’uscio di quella casa che ormai era rimasta l’unica cosa in comune. Mario seduto con lo sguardo perso verso il selciato e Antiogu con gli occhi più bassi della visiera della berritta. Uno schizzo di sangue sul muro aveva il giro del profilo della padella. La mano di Mario, ferita e tumefatta si lasciava rigare dal rosso della sua stessa essenza.
Muto di parole che solo il dolore di una mancanza può spiegare, e svuotato di un orgoglio che non ha più legna da bruciare, Antiogu aprì lento l’uscio di casa, poggiò i suoi scarponi sporchi d’argilla sul primo gradino, poi rivolgendosi al figlio …
<< Samunadi sar manos … e pone s’abba a buddire, Deo .. alluo su fogu, chi mamma tua no ndd’hat su tempus… >>
Lavati le mani, e fai bollire l’acqua. Io mi preoccupo di accendere il camino … tua madre … pare… ‘non ne ha avuto il tempo’ .
abcorda